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La copertina de «Il signor Arkadin»La copertina de «Il signor Arkadin»

È stato detto che un racconto giallo perde il suo interesse se si conosce già il finale e dunque non si è trascinati, nella lettura, dalla ricerca del colpevole o dall’ansia di sciogliere il mistero. Giustamente mio padre si era infuriato un giorno in cui, da ragazzo, gli avevo infilato tra le pagine di un giallo che stava leggendo un foglietto col nome dell’assassino. Ma tutto ciò può valere solo per i gialli o noir dozzinali, mero passatempo — fra l’altro non più divertente di altri, anzi spesso più noioso — da gettare nel cestino una volta esaurita la sua funzione.

In un autentico libro giallo ogni particolare ha una sua forza fantastica, che nessuna spiegazione dell’intrigo distrugge e che affascina ogniqualvolta lo si rilegge. Anche I fratelli Karamazov sono in fondo pure un giallo, la cui soluzione non intacca certo l’incredibile potenza di ogni sua pagina. Fra i gialli che rileggo — o almeno risfoglio — più spesso c’è Il signor Arkadin di Orson Welles, che ne trasse pure un celebre film, Rapporto confidenziale. Una storia d’avventure, di mistero, di delitti, un’incalzante ricerca di una verità che si rivelerà distruttiva per tutti, colpevoli e innocenti — se si può parlare di innocenti per qualcuno dei protagonisti.

Un meccanismo perfetto di agguati, un disegno diabolico che trasforma pure l’investigazione in un elemento inconsapevole della trappola. Una parabola del Fato, del tempo della propria esistenza che scompare nel nulla, dell’Io che avvicinandosi alla morte cerca di correre a ritroso, di inseguire e ritrovare il sé stesso di una volta.

Il signor Arkadin, un miliardario criminale, dice di aver perso la memoria a partire da un certo momento, da quando molti anni prima si era trovato su un ponte in un gelido giorno d’inverno senza sapere il suo nome né da dove veniva. Incarica perciò un avventuriero, Van Stratten, di ricostruire il suo passato, di fargli sapere «chi sono, chi ero». Van Stratten è il tipico personaggio dei libri e dei film di Welles; l’uomo spavaldamente alla deriva, avido di vita e malinconico nel suo errare per le strade del mondo e del cuore. In realtà Arkadin ha alle sue spalle una serie di delitti e si serve di Van Stratten per rintracciare i testimoni di quei lontani crimini — ora pericolosi, vista la sua potenza finanziaria — che poi provvede ad eliminare. Il libro è un’affascinante corsa attraverso i paesi e gli ambienti più diversi; una serie di incontri — che possono diventare brevi incontri d’amore — con personaggi sbandati, inseguiti dal destino impersonato da Arkadin e dalla sua ignara scolta, e raggiunti dalla morte. A tutto ciò s’intreccia la passione di Stratten per la figlia di Arkadin, Raina.

Nella sua sete di vita e nella sua malinconia, Van Stratten assomiglia ad Arkadin; tutti e due vivono secondo la massima shakespeariana così cara a Welles, ossia seguendo la propria natura, e dunque la propria verità, poco importa se delittuosa o generosa. Alla fine Van Stratten, scoperta la macchinazione, riuscirà a distruggere Arkadin, colpendolo nel suo unico sentimento umano ossia l’amore per la figlia, ma così facendo distrugge sé stesso ovvero l’amore di Raina per lui. Non c’è innocenza, in questo racconto che appassiona ad ogni lettura. La polvere del male si posa su tutto; la vita è violenta e distruttrice volontà di potenza, la morale può vincere il male ma distruggendo così pure la vita e dunque sé stessa. La ricerca del tempo perduto finisce sotto la falce sempre affilata del Tempo. Non credo che mio padre si sarebbe arrabbiato se gli avessi rivelato in anticipo il finale del Signor Arkadin, perché in questo caso non gli avrei certo rovinato la lettura.

Claudio Magris

 

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